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Dancing with Myself

Mostra a Punta Della Dogana a Venezia
fino al 16 dicembre 2018

Gli irriducibili dei selfie sicuramente non hanno mai indagato il perché ritrarsi sia così essenziale nella loro vita quotidiana. Tutti i grandi artisti nel tempo hanno sempre ritratto se stessi, non certo con uno smartphone di ultima generazione, ma con pennelli e colori ad olio o magari incidendo il proprio volto su lastre di zinco. Un forte impulso all’autoritratto, anche a quello del proprio corpo, negli anni ’70, fu dato dagli artisti che attraverso le performance si autorappresentavano o rappresentavano concetti molto vari. Essi imposero prepotentemente la loro identità con immagini riprese da azioni a volte violente e destabilizzanti, che determinarono un significativo cambiamento nel fare arte. Alla Punta Della Dogana di Venezia è ora in corso un’interessante mostra dal titolo Dancing with Myself, con opere sia della collezione François Pinault, sia del Museo Folkwang di Essen. La rassegna, dedicata a questo interessante e coinvolgente capitolo dell’arte contemporanea, comprende 31 artisti di 12 nazionalità e dai diversi linguaggi espressivi. Sono quattro italiani Alighiero&Boetti, Maurizio Cattelan, Giulio Paolini, Rudolf Stingel, due svizzeri Urs Fisher e Urs Luthi, un’austriaco Artur Rainer, tre francesi Marcel Broodthaers, Lili Reynaud-Dewar e Claude Cahun, quattro dal Regno Unito John Coplans, Gilbert&George, Damien Hirst e Steve McQueen, nove americani LaToya Ruby Franzier, Lee Friedlander, Robert Gober, David Hammons, Rony Horn, Bruce Nauman, Charles Ray e Allan Sekula, tre tedeschi Ulriche Rosenbach, Martin Kippenberger e Kurt Kranz, una polacca Alina Szapocznikow, il brasiliano Paulo Nazareth e l’algerino Adel Abdessemed.

La mostra rimarrà aperta fino al 16 dicembre 2018 ed è a cura di Martin Bethenod e di Florian Ebner. Vedere una mostra alla Punta della Dogana è un’esperienza visiva straordinaria in quanto lo stesso luogo, che fu restaurato dall’architetto giapponese Tadao Andō, permette di scorgere la Laguna dove si affacciano sia il campanile di San Marco che la Chiesa della Salute sul Canale della Giudecca.

www.palazzograssi.it

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Mostra di Albert Oehlen “Cows by the Water”

Palazzo Grassi fino al 6 gennaio 2019

Dal 2012 Palazzo Grassi ha presentato sette mostre monografiche di artisti contemporanei,  Urs Fisher, Rudolf Stingel, Irvin Penn, Martial Raysse, Sigmar Polke, Damien Hirst e Albert Oehlen, l’ultima iniziata lo scorso aprile e in corso fino al 6 gennaio 2019.  Grandi mostre che si sono alternate ad altre della vasta Pinault Collection.

Questi artisti contemporanei hanno come comun denominatore una grande potenza espressiva e rappresentativa, che si fonde armoniosamente con lo splendore di Palazzo Grassi.  A volte il primo impatto con le opere, salendo lo scalone, può lasciare perplessi e attoniti ma, lungo i vari piani del percorso espositivo, i lavori si insinuano nella mente con i loro significati, i loro colori, la loro enigmaticità.  Il percorso della mostra di Oehlen, curata da Caroline Bourgeois, si compone di un’ottantina di opere dagli anni ’80 ad oggi, ed è stato scelto dall’artista che non ha voluto seguire un ordine cronologico, ma dei ritmi da musica dodecafonica. Una caratteristica di Oehlen è la non  titolazione dei suoi quadri e il rifiuto di un’appartenenza a correnti o movimenti artistici specifici. Un’installazione che comprende una stampa a inchiostro, un letto, un vaso da notte,  un tappeto, un giradischi, un Hi-Fi, effetti personali e una proiezione di “9 settimane e ½” sui quadri dell’artista tedesco, sono i lavori più insoliti ed enigmatici, anch’essi Ohne Titel, cioè senza titolo.

www.palazzograssi.it

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Picasso, uno sguardo differente

Al LAC Lugano Arte e Cultura dal 18 marzo al 17 giugno 2018

La fecondità produttiva di Pablo Picasso durò ottant’anni e gli ultimi istanti della sua lunga vita li passò disegnando, era il 1973 e aveva 91 anni. Quando, con Georges Braque, creò il cubismo non era ancora trentenne, e in Francia, dove viveva, era già riconosciuto come un’indiscussa autorità artistica. Dopo la sua scomparsa e nelle varie case dove aveva vissuto furono trovate più di centomila opere di sua proprietà, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, ceramiche, collage.

Non si trattava solo di opere dell’ultimo periodo della sua vita ma provenivano da vari e differenti decenni dall’inizio della sua passione creativa. Questo mitico e geniale artista aveva volutamente occultato un’immensa produzione di opere e tale tesoro fu poi distribuito tra la Francia e la famiglia Picasso.

Si crearono musei monografici in molte parti d’Europa come il Musée national Picasso a Parigi, il Musée Picasso  ad Antibes ospitato nel Castello Grimaldi, Museo Picasso de Barcelona e il  Museo Picasso Coleccion Eugenio Arias a Buitrago de Lozoya, nella Sierra Nord di Madrid. A Malaga si costruì la Casa Natal e, nel 2002, un ambizioso Museo Picasso Málaga. In Germania, infine, il Kunstmuseum Pablo Picasso a Munster.

Il Museo d’arte della Svizzera italiana LAC Lugano Arte e Cultura presenta una particolare mostra fino al 17 giugno 2018, organizzata in collaborazione con il Musée national Picasso di Parigi e a cura della principale esperta dell’artista Carmen Giménez. La rassegna si dispiega attraverso un arco cronologico tra il 1905 e il 1967 con 120 opere, di cui 105 disegni e 15 sculture.

Nelle opere su carta Picasso si confronta con varie tecniche, disegno, acquerello, collage, pastello, gessetto, carboncino e inchiostro, mentre nella scultura il Maestro sperimentò tecniche nuove, riuscendo a superare il confine tra bidimensionalità e tridimensionalità.

Testo e foto Giovanna Dal Magro

MASILugano

Isole di Guadalupa – L’Oltremare francese

Un Paradiso Terrestre
con confort europei

La Guadalupa, la più estesa isola delle Antille, regione francese d’oltremare dal 1983, gode delle leggi francesi, dell’acqua potabile, dell’assistenza sociale, della moneta europea e di un elevato standard di sicurezza, elemento importante e determinante quando si programma un viaggio. L’isola Madre si divide in Basse-Terre e Grande-Terre, separate dallo stretto canale la Rivière Salée e, nelle vicinanze, si trovano tre piccole isole, Les Saintes, Marie-Galante e la Désirade; facilmente raggiungibili con traghetti o barche, queste nascondono fondali spettacolari. Grande-Terre è più piccola e pianeggiante con spiagge caraibiche, vicinanza all’aeroporto, hotel di lusso, campi da golf. Ma l’anima vera di Guadalupa si svela prepotentemente appena oltrepassata la Rivière Salée a Basse-Terre. Un’immenso parco nazionale, riserva della biosfera dell’Unesco, ricco di orchidee e felci, uccelli e mammiferi, alberi immensi, dove sembra davvero di trovarsi nel paradiso terrestre. Celate dalla lussureggiante vegetazione, qui ci sono eleganti abitazioni coloniali di grandi famiglie o solitarie scrittrici, piccoli resort con camere sugli alberi, campi di canna da zucchero e distillerie tradizionali di rhum. Da pochi mesi è stato inaugurato un percorso ciclabile di un kilometro, ma sugli alberi e a una considerevole altezza! Un’immersione totale in una natura preservata e protetta.

considerevole altezza! Un’immersione totale in una natura preservata e protetta.

#lesilesdeguadeloupe

#oltremarefrancese

#franceFR

Casalbeltrame terra d’acque, riso e arte

Luoghi da scoprire

Un’Italia che non finisce mai di strabiliare, quando ci si addentra nelle realtà di piccoli ma importanti territori con una forte connotazione agricola, quale la coltivazione del riso, risalente al 1400. Nel piccolo centro di Casalbeltrame, non lontano da Novara, si concentrano molte aziende agricole di eccellenza e spazi espositivi degni di nota. In uno storico cascinale è stato allestito il Museo Storico Etnografico dell’Attrezzo AgricoloL çivel” che mostra, con oggetti, foto e filmati, la vita dei campi e delle mondine, indimenticabili protagoniste del film “Riso Amaro” diretto da Giuseppe De Santis e, all’esterno espone carri, trattori, carrozze.

In un’ala del cascinale un ristorante molto speciale Pane, Amore… Poderia, propone una versione più leggera di piatti della tradizione, a base dei vari tipi di riso del luogo, di zafferano, sempre coltivato nella zona, il tutto accompagnato dai vini locali, fra cui il mitico Erbaluce. All’esterno un grande spiazzo ospita 5 chiese in ordine digradante, e per questo definite chiese matrioske, edifici che sembrano i soggetti perfetti per un quadro metafisico.

Attraversata la strada, si trova il Palazzo Bracorens di Savoiroux, una villa con un grande parco da poco diventata sede del Museo Materima, che ospita grandi sculture di artisti famosi del ‘900, da Giò Pomodoro a Alberto Giacometti, da Francesco Messina a Giuliano Vangi.

Nelle vicinanze si trovano aziende agricole, quali l’Azienda Sala Rita, che produce uno zafferano profumatissimo, produttori di riso, come l’Azienda Falasco, che da sei generazioni e sempre con il rispetto delle norme ambientali ha fatto ricerche per nuovi tipi di riso come il Venere, al quale donò anche il nome in omaggio a Josephine Baker, o il rosso Ermes, l’Apollo, oltre ai classici Carnaroli e integrale. L’altra azienda produttrice di un riso innovativo è la Luigi e Carlo Guidobono Cavalchini e il loro riso, battezzato da Cristina Guidobono, si chiama Riso Buono ed è arrivato sulle tavole più esigenti di Londra, New York, Dubai, Los Angeles e Hong Kong, a solo a due anni dalla rinascita dell’Azienda, grazie alla lungimiranza e creatività di Cristina.

Queste terre d’acqua, silenziose, operose e attive sono davvero da visitare per scoprirne inattesi tesori artistici e di cultura gastronomica.

Incantesimi. Costumi del Teatro Alla Scala dagli anni Trenta a oggi

Palazzo Reale, Sala degli Arazzi

Entrando nella prima sala della mostra si ha la sensazione di trovarsi su un palcoscenico che poi si snoda per le altre quattro dell’esposizione. Si è soggiogati dai costumi che sprigionano una forza magnetica mentre in mezzo, sullo sfondo, appaiono nel grande video gli interpreti immortali dell’opera e del balletto, da Maria Callas a Renata Tebaldi, da Rudol’f Nureev a Carla Fracci, mentre le luci sembrano danzare, seguendo la musica sparendo e riapparendo su un altro costume e, rendendolo in quell’attimo l’interprete unico. I costumi esposti nella Sala degli Arazzi del Palazzo Reale di Milano sono 24, restaurati per l’occasione, e realizzati dalle firme più celebri nella storia del teatro. Luigi Sapelli, in arte Caramba, negli anni di Arturo Toscanini, Franco Zeffirelli genio dello spettacolo, Anna Anni, Piero Tosi, Gabriella Pascucci e Franca Squarciapino, Pier Luigi Pizzi, gli stilisti Gianni Versace per Robert Wilson, Karl Lagarfeld per Luca Ronconi, artisti che hanno sperimentato forme e materie nuove che solo la magia del palcoscenico può permettere.  I periodi storici sono così suddivisi: nella prima sala Dagli anni Trenta agli anni Sessanta va in scena la Tradizione: Alexandre e Nicola Benois, Lila De Nobili, Franco Zeffirelli e Pietro Tosi; a confronto Maria Callas e Renata Tebaldi. La seconda sala presenta i costumi Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta: Il costume storico e la ricerca, la danza: Rudolf Nureyev e Carla Fracci. Nella terza sala Gli anni Ottanta: gli stilisti per Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Nell’ultima sala, Dagli anni Novanta ai giorni nostri: abiti creati per regie, che vanno da Liliana Cavani a Robert Wilson; Robert Cassen Il balletto. La mostra prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e dall’Associazione Amici della Scala, è curata da Vittoria Crespi Morbio, storica della scenografia teatrale ed esperta dei rapporti tra arti figurative e teatro musicale. La studiosa ha prodotto numerosi saggi su questi argomenti. La mostra, che ha ottenuto la prestigiosa medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica e il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività Culturali e del Turismo della Regione Lombardia e della città Metropolitana di Milano, resterà aperta fino al 28 gennaio 2018.

www.palazzorealemilano.it

 

Gianfranco Ferré sotto un’altra luce

Gioielli e ornamenti

Gianfranco Ferré, architetto e grande sperimentatore, prima di diventare il famoso stilista che tutti conoscono, si era dedicato a studiare e reinventare i materiali. Soprattutto quelli considerati poveri, come paglia, rafia, legno, cuoio, rete da fonderia, rame, bronzo, resina, plexiglas e pasta di vetro, con cui creava gioielli. In questo modo, spiegava, dava al lusso un aspetto più stimolante e ricco di significati. Significati che assorbiva dal mondo intorno, dai viaggi. Che il suo sguardo acuto e attento catturava, elaborava e restituiva alla sua immensa creatività. La mostra, organizzata dalla Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei, esprime bene, con l’incanto dei gioielli esposti, questi concetti. Anche perché l’ideatore del progetto espositivo, l’architetto Franco Raggi, conosceva da sempre Ferré, le sue passioni, i suoi eccessi, il suo amore per determinati materiali. E ne ha tenuto conto in modo puntuale. Per esempio, le catene che legano le gabbie contenitrici sono state arrugginite, perché a Ferré la ruggine piaceva. I gioielli, o meglio gli ornamenti, sono nella Sala del Senato di Palazzo Madama e dall’alto le sculture bianche nascondono i ricordi delle prime storiche sedute dopo l’Unità d’Italia. “C’è qualcosa di inesprimibile e di irriducibile nella passione di tutte le culture del mondo per le pietre luminose e per il brillio delle sfaccettature, una congiunzione tra finito ed infinito, in un dialogo tra materie che raccolgono ed emettono luce e vibrazioni, contenitori di leggende, di incontri sentimentali e di racconti”, ha scritto Il curatore Francesca Alfano Miglietti nell’interessante commento per spiegare una così complessa e straordinaria creatività. E ha aggiunto: “Entrando in questa Sala era come se Gianfranco Ferré fosse lì tra noi e questo chi lo ha conosciuto l’ha sentito sicuramente”.

www.palazzomadamatorino.it

www.fondazionegianfrancoferre.com

India sulle vie dell’Illuminazione

L’Altrove mitico dell’India nella cultura occidentale

Il LAC di Lugano è un centro culturale progettato per far interagire tutte le arti sia visive che sceniche, dalla musica al teatro.
Questa ampia filosofia ha permesso di realizzare il progetto, appena presentato, dedicato alle innumerevoli sfaccettature della cultura indiana. Il programma terminerà nel gennaio 2018 e comprenderà una mostra, musica, danza, cinema, yoga e ayurvedica, poesia e conferenze. Queste molteplici arti saranno presenti ai massimi livelli, il cinema a cura di Marco Muller, per anni direttore artistico del Festival di Venezia, la danza interpretata da Shantala Shivalingappa, ballerina indiana con vasta esperienza di collaborazione con Pina Baush; per la musica ci sarà il grande interprete del sitar Nishat Khan, che fa nascere dal suono di questo strumento l’armonia dell’anima.
Il tema della mostra è la fascinazione dell’India sulle espressioni artistiche occidentali dal 1808 al 2017, narrata attraverso 400 opere, tra cui sculture e installazioni, dipinti e disegni, fotografie e libri, poster e video. Tra i primi intellettuali e artisti occidentali a appassionarsi all’india, forse in concomitanza con l’espansionismo britannico, furono i vedutisti inglesi tra Sette e Ottocento. Seguirono, a metà Ottocento, i grandi pittori orientalisti e, con la nascita della fotografia, fotografi e scrittori come Emilio Salgari vi trassero ispirazione per i loro avventurosi romanzi. La mostra, curata da Elio Schenini, offre tutti questi passaggi, ispirazioni ed emozioni e, a seconda del proprio vissuto, anche di più.

Testo e foto Giovanna Dal Magro

www.india.laclugano.ch

Legati da una Cintola

L’Assunta di Bernardino Daddi e l’identità di una città

Prato, antica città a pochi km da Firenze, è conosciuta internazionalmente come una delle capitali tessili europee. A Prato leggenda, storia, cultura, fede e commercio hanno tramandato il racconto tratto da un testo apocrifo del V-VI secolo della Cintola della Vergine Maria, ora custodita quale reliquia nella Cappella del Duomo della città.  Secondo tale scritto la Madonna consegnò a san Tommaso la sua cintola prima di essere assunta in cielo e nel 1141 un mercante pratese, di nome Michele, la recuperò e la portò a Prato. Tale mistica narrazione nel Due e Trecento diede spunto e ispirazione agli artisti pratesi per varie opere pittoriche.
L’Amministrazione e la città di Prato, con l’orgoglio e la consapevolezza dell’unicità di una tematica così speciale e preziosa, hanno dato vita ad una splendida mostra dal titolo “Legati da una Cintola”, che coincide con l’inaugurazione del restaurato Monte de’ Pegni, area del Pretorio destinata ad esposizioni temporanee dove si conferma l’impegno per un Museo della Storia della Città. La rassegna rimarrà aperta fino al prossimo 14 gennaio 2018.
I curatori, Andrea De Marchi e Cristina Gnomi Mavarelli, hanno suddiviso in 7 sezioni i preziosi contenuti , che sono: Da Cabestany a Prato: genesi di un tema (1160-1337), La pala pratese di Bernardo Daddi restituita (Firenze 1290-1348), Bernardo Daddi narratore (1290-1348), La Sacra Cintola e le cinte profane (Pisa 1258-1284), L’Assunta e la Cintola: varianti nel Trecento toscano 1373-1452, L’Assunta e la Cintola: la tradizione seguente (1406-1469), Il culto e l’ostensione della Sacra Cintola a Prato e in Toscana (1604-1661).
La Cappella che custodisce gli 87 centimetri di broccato con cui venne cinto il ventre di Maria ha una cancellata di ferro battuto di Maso di Bartolomeo, risalente al 1442, e che ne impedisce normalmente l’accesso.

www.palazzopretorio.prato.it

Identità siciliana

Museo Agostino Pepoli

Il Museo Agostino Pepoli a Trapani, che prende il nome dal suo illuminato fondatore che lo costituì Museo Civico nel 1907, è ora Istituto Regionale e ha sede nei locali dell’ex convento dei Padri Carmelitani, si affaccia su un chiostro con pezzi di sculture importanti e la vista del campanile dell’adiacente Santuario di SS. Maria Annunziata.  Le collezioni del conte Pepoli comprendono dipinti, gioielli, opere d’arte applicata, cimeli storici e reperti archeologici che riflettono la cultura illuministica del mecenate trapanese. Una delle collezioni è la Fardella costituita da dipinti dal ‘500 al ‘700 napoletano.  La terza collezione del conte Francesco Hernandez fu acquisita nel 1921 dall’allora direttore Sorrentino e comprende sculture in marmo, presepi, ceramiche e reperti archeologici. Ma l’eccezionalità di questo Museo è data da due straordinari pavimenti provenienti dalla chiesa di Santa Lucia raffiguranti uno Trapani vista dall’alto e l’altro la pesca con barconi al tonno. La stanza dal titolo Mirabilia è una specie di sala del tesoro ed espone manufatti di oreficeria e argenteria siciliana dei secoli XVII e XVIII assieme ai capolavori dell’artigianato artistico trapanese del corallo.  Il corallo ebbe il suo massimo splendore dal seicento alla prima metà del Settecento e fu usato sia nel sacro che nel profano. La maestria degli artigiani trapanesi fu anche quella di combinare il prezioso corallo ad altri materiali come argento, smalto e rame.