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ORTICOLARIO 2018

Si Salvia chi può

Il suggestivo luogo dove da 10 ani si svolge Orticolario, evento che coinvolge la natura, l’arte e il design è Villa Erba a Cernobbio sul Lago di Como dalla magica architettura di fine ’800 frequentata da Luchino Visconti che trasse ispirazioni per diverse ambientazioni dei suoi Film. Questo evento creato da Moritz Mantero con passione, competenza e tanta energia ogni anno sorprende con nuove e inaspettate proposte oltre alla indiscutibile presenza di fiori e piante. Il tema quest’anno è stato il Gioco e la specie di pianta la Salvia, magica, purificatrice e divinatoria che conta oltre 1000 tipi diversi a seconda della provenienza. Il Gioco è stato interpretato dai partecipanti nei modi più curiosi ed intriganti; il vincitore degli “spazi creativi” Leonardo Magatti ha presentato “La Topitta” una casetta rifugio in un bosco fatato circondata da verbene, salvia, achillea, astor, veroniche e anemoni, Julia Artico non in concorso ha creato un’installazione interattiva del Gioco dell’Oca un po’ dimenticato con piastre di ferro e oche e ragazze di fieno, materiale povero che nelle magiche mani di Julia prende vita, all’ingresso un gigantesco carillon rosso fuoco di Nicola Salvatore, e labirinti a specchi tra le viti, brandelli di preziose sete comasche tra i bambù e decine di altre presenze. C’è stato un ospite d’onore a cui è stato assegnato il premio “Per un giardinaggio evoluto 2018”: l’inglese Roy Lancaster vicepresidente della Royal Horticultural Society e scopritore di piante nonché scrittore e giornalista. La mattinata dell’apertura di Orticolario ha visto, oltre alle presenze molto aumentate di visitatori anche numerosissime classi di scolari delle prime scuole elementari e questo non può che essere il seme per una sempre maggiore passione e conoscenza della natura e un modo di convivere con lei con rispetto e amore in cambio di tanta bellezza.

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Magritte La Ligne de vie

Al Masi di Lugano fino al 6 gennaio 2019

Con l’esposizione Magritte La Linea della vita, il Masi, Museo d’arte della Svizzera Italiana, prosegue il suo percorso, volto a presentare con un’ottica ancora inedita artisti importanti e universalmente conosciuti, quali Man Ray, Meret Oppenheim, Picasso.

La straordinaria mostra di Magritte, La Ligne de vie verrà esposta nel febbraio 2019 al Museo Amos Rex di Helsinki. Il titolo è stato ripreso da una conferenza di 50 minuti che René Magritte tenne nel 1938 ad Anversa. Una rarità, in quanto l’artista non si esprimeva spesso in pubblico e in questo incontro raccontò la nascita e l’evoluzione della propria opera, riconoscendo anche ad artisti come De Chirico e Max Ernst di averlo ispirato e spiegando le tecniche che usava per creare gli effetti poetici e drammatici dei suoi lavori. Anche Salvador Dalì fu sicuramente ispirato da Magritte.

I curatori Julie Waseige, Xavier Canonne e Guido Comis hanno seguito il filo rosso di questa conferenza per la scelta delle circa 90 opere da esporre, partendo dalle creazioni dei primi anni Venti, dove già si denota come la metafisica di De Chirico fu da spunto a Magritte per la sua unica e nuova espressione poetica. Negli anni trenta vengono ritratti oggetti comuni senza decontestualizzarli in modo particolare e interni di abitazioni comuni diventano magia solo per una fioca luce, che li illumina. Le opere dove gli oggetti erano accostati senza un senso apparente, e con titoli già fortemente surreali, destarono grandi critiche e ora le riconosciamo come capolavori. L’artista si ispirò successivamente anche all’impressionismo e, ironicamente, addirittura al fauvismo.
A completare l’esposizione, documenti, fotografie, una serie di affiches che illustrano anche un aspetto commerciale del suo lavoro e la proiezione di film da lui girati alla fine degli anni Cinquanta.

La mostra è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Magritte e con la collaborazione del Museo Amos Rex di Helsinki.

Info +41 (0) 918157970

Info@masilugano.ch

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Dancing with Myself

Mostra a Punta Della Dogana a Venezia
fino al 16 dicembre 2018

Gli irriducibili dei selfie sicuramente non hanno mai indagato il perché ritrarsi sia così essenziale nella loro vita quotidiana. Tutti i grandi artisti nel tempo hanno sempre ritratto se stessi, non certo con uno smartphone di ultima generazione, ma con pennelli e colori ad olio o magari incidendo il proprio volto su lastre di zinco. Un forte impulso all’autoritratto, anche a quello del proprio corpo, negli anni ’70, fu dato dagli artisti che attraverso le performance si autorappresentavano o rappresentavano concetti molto vari. Essi imposero prepotentemente la loro identità con immagini riprese da azioni a volte violente e destabilizzanti, che determinarono un significativo cambiamento nel fare arte. Alla Punta Della Dogana di Venezia è ora in corso un’interessante mostra dal titolo Dancing with Myself, con opere sia della collezione François Pinault, sia del Museo Folkwang di Essen. La rassegna, dedicata a questo interessante e coinvolgente capitolo dell’arte contemporanea, comprende 31 artisti di 12 nazionalità e dai diversi linguaggi espressivi. Sono quattro italiani Alighiero&Boetti, Maurizio Cattelan, Giulio Paolini, Rudolf Stingel, due svizzeri Urs Fisher e Urs Luthi, un’austriaco Artur Rainer, tre francesi Marcel Broodthaers, Lili Reynaud-Dewar e Claude Cahun, quattro dal Regno Unito John Coplans, Gilbert&George, Damien Hirst e Steve McQueen, nove americani LaToya Ruby Franzier, Lee Friedlander, Robert Gober, David Hammons, Rony Horn, Bruce Nauman, Charles Ray e Allan Sekula, tre tedeschi Ulriche Rosenbach, Martin Kippenberger e Kurt Kranz, una polacca Alina Szapocznikow, il brasiliano Paulo Nazareth e l’algerino Adel Abdessemed.

La mostra rimarrà aperta fino al 16 dicembre 2018 ed è a cura di Martin Bethenod e di Florian Ebner. Vedere una mostra alla Punta della Dogana è un’esperienza visiva straordinaria in quanto lo stesso luogo, che fu restaurato dall’architetto giapponese Tadao Andō, permette di scorgere la Laguna dove si affacciano sia il campanile di San Marco che la Chiesa della Salute sul Canale della Giudecca.

www.palazzograssi.it

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Mostra di Albert Oehlen “Cows by the Water”

Palazzo Grassi fino al 6 gennaio 2019

Dal 2012 Palazzo Grassi ha presentato sette mostre monografiche di artisti contemporanei,  Urs Fisher, Rudolf Stingel, Irvin Penn, Martial Raysse, Sigmar Polke, Damien Hirst e Albert Oehlen, l’ultima iniziata lo scorso aprile e in corso fino al 6 gennaio 2019.  Grandi mostre che si sono alternate ad altre della vasta Pinault Collection.

Questi artisti contemporanei hanno come comun denominatore una grande potenza espressiva e rappresentativa, che si fonde armoniosamente con lo splendore di Palazzo Grassi.  A volte il primo impatto con le opere, salendo lo scalone, può lasciare perplessi e attoniti ma, lungo i vari piani del percorso espositivo, i lavori si insinuano nella mente con i loro significati, i loro colori, la loro enigmaticità.  Il percorso della mostra di Oehlen, curata da Caroline Bourgeois, si compone di un’ottantina di opere dagli anni ’80 ad oggi, ed è stato scelto dall’artista che non ha voluto seguire un ordine cronologico, ma dei ritmi da musica dodecafonica. Una caratteristica di Oehlen è la non  titolazione dei suoi quadri e il rifiuto di un’appartenenza a correnti o movimenti artistici specifici. Un’installazione che comprende una stampa a inchiostro, un letto, un vaso da notte,  un tappeto, un giradischi, un Hi-Fi, effetti personali e una proiezione di “9 settimane e ½” sui quadri dell’artista tedesco, sono i lavori più insoliti ed enigmatici, anch’essi Ohne Titel, cioè senza titolo.

www.palazzograssi.it

Testo e foto Giovanna Dal Magro

Picasso, uno sguardo differente

Al LAC Lugano Arte e Cultura dal 18 marzo al 17 giugno 2018

La fecondità produttiva di Pablo Picasso durò ottant’anni e gli ultimi istanti della sua lunga vita li passò disegnando, era il 1973 e aveva 91 anni. Quando, con Georges Braque, creò il cubismo non era ancora trentenne, e in Francia, dove viveva, era già riconosciuto come un’indiscussa autorità artistica. Dopo la sua scomparsa e nelle varie case dove aveva vissuto furono trovate più di centomila opere di sua proprietà, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, ceramiche, collage.

Non si trattava solo di opere dell’ultimo periodo della sua vita ma provenivano da vari e differenti decenni dall’inizio della sua passione creativa. Questo mitico e geniale artista aveva volutamente occultato un’immensa produzione di opere e tale tesoro fu poi distribuito tra la Francia e la famiglia Picasso.

Si crearono musei monografici in molte parti d’Europa come il Musée national Picasso a Parigi, il Musée Picasso  ad Antibes ospitato nel Castello Grimaldi, Museo Picasso de Barcelona e il  Museo Picasso Coleccion Eugenio Arias a Buitrago de Lozoya, nella Sierra Nord di Madrid. A Malaga si costruì la Casa Natal e, nel 2002, un ambizioso Museo Picasso Málaga. In Germania, infine, il Kunstmuseum Pablo Picasso a Munster.

Il Museo d’arte della Svizzera italiana LAC Lugano Arte e Cultura presenta una particolare mostra fino al 17 giugno 2018, organizzata in collaborazione con il Musée national Picasso di Parigi e a cura della principale esperta dell’artista Carmen Giménez. La rassegna si dispiega attraverso un arco cronologico tra il 1905 e il 1967 con 120 opere, di cui 105 disegni e 15 sculture.

Nelle opere su carta Picasso si confronta con varie tecniche, disegno, acquerello, collage, pastello, gessetto, carboncino e inchiostro, mentre nella scultura il Maestro sperimentò tecniche nuove, riuscendo a superare il confine tra bidimensionalità e tridimensionalità.

Testo e foto Giovanna Dal Magro

MASILugano

Incantesimi. Costumi del Teatro Alla Scala dagli anni Trenta a oggi

Palazzo Reale, Sala degli Arazzi

Entrando nella prima sala della mostra si ha la sensazione di trovarsi su un palcoscenico che poi si snoda per le altre quattro dell’esposizione. Si è soggiogati dai costumi che sprigionano una forza magnetica mentre in mezzo, sullo sfondo, appaiono nel grande video gli interpreti immortali dell’opera e del balletto, da Maria Callas a Renata Tebaldi, da Rudol’f Nureev a Carla Fracci, mentre le luci sembrano danzare, seguendo la musica sparendo e riapparendo su un altro costume e, rendendolo in quell’attimo l’interprete unico. I costumi esposti nella Sala degli Arazzi del Palazzo Reale di Milano sono 24, restaurati per l’occasione, e realizzati dalle firme più celebri nella storia del teatro. Luigi Sapelli, in arte Caramba, negli anni di Arturo Toscanini, Franco Zeffirelli genio dello spettacolo, Anna Anni, Piero Tosi, Gabriella Pascucci e Franca Squarciapino, Pier Luigi Pizzi, gli stilisti Gianni Versace per Robert Wilson, Karl Lagarfeld per Luca Ronconi, artisti che hanno sperimentato forme e materie nuove che solo la magia del palcoscenico può permettere.  I periodi storici sono così suddivisi: nella prima sala Dagli anni Trenta agli anni Sessanta va in scena la Tradizione: Alexandre e Nicola Benois, Lila De Nobili, Franco Zeffirelli e Pietro Tosi; a confronto Maria Callas e Renata Tebaldi. La seconda sala presenta i costumi Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta: Il costume storico e la ricerca, la danza: Rudolf Nureyev e Carla Fracci. Nella terza sala Gli anni Ottanta: gli stilisti per Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Nell’ultima sala, Dagli anni Novanta ai giorni nostri: abiti creati per regie, che vanno da Liliana Cavani a Robert Wilson; Robert Cassen Il balletto. La mostra prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e dall’Associazione Amici della Scala, è curata da Vittoria Crespi Morbio, storica della scenografia teatrale ed esperta dei rapporti tra arti figurative e teatro musicale. La studiosa ha prodotto numerosi saggi su questi argomenti. La mostra, che ha ottenuto la prestigiosa medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica e il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività Culturali e del Turismo della Regione Lombardia e della città Metropolitana di Milano, resterà aperta fino al 28 gennaio 2018.

www.palazzorealemilano.it

 

Gianfranco Ferré sotto un’altra luce

Gioielli e ornamenti

Gianfranco Ferré, architetto e grande sperimentatore, prima di diventare il famoso stilista che tutti conoscono, si era dedicato a studiare e reinventare i materiali. Soprattutto quelli considerati poveri, come paglia, rafia, legno, cuoio, rete da fonderia, rame, bronzo, resina, plexiglas e pasta di vetro, con cui creava gioielli. In questo modo, spiegava, dava al lusso un aspetto più stimolante e ricco di significati. Significati che assorbiva dal mondo intorno, dai viaggi. Che il suo sguardo acuto e attento catturava, elaborava e restituiva alla sua immensa creatività. La mostra, organizzata dalla Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei, esprime bene, con l’incanto dei gioielli esposti, questi concetti. Anche perché l’ideatore del progetto espositivo, l’architetto Franco Raggi, conosceva da sempre Ferré, le sue passioni, i suoi eccessi, il suo amore per determinati materiali. E ne ha tenuto conto in modo puntuale. Per esempio, le catene che legano le gabbie contenitrici sono state arrugginite, perché a Ferré la ruggine piaceva. I gioielli, o meglio gli ornamenti, sono nella Sala del Senato di Palazzo Madama e dall’alto le sculture bianche nascondono i ricordi delle prime storiche sedute dopo l’Unità d’Italia. “C’è qualcosa di inesprimibile e di irriducibile nella passione di tutte le culture del mondo per le pietre luminose e per il brillio delle sfaccettature, una congiunzione tra finito ed infinito, in un dialogo tra materie che raccolgono ed emettono luce e vibrazioni, contenitori di leggende, di incontri sentimentali e di racconti”, ha scritto Il curatore Francesca Alfano Miglietti nell’interessante commento per spiegare una così complessa e straordinaria creatività. E ha aggiunto: “Entrando in questa Sala era come se Gianfranco Ferré fosse lì tra noi e questo chi lo ha conosciuto l’ha sentito sicuramente”.

www.palazzomadamatorino.it

www.fondazionegianfrancoferre.com

India sulle vie dell’Illuminazione

L’Altrove mitico dell’India nella cultura occidentale

Il LAC di Lugano è un centro culturale progettato per far interagire tutte le arti sia visive che sceniche, dalla musica al teatro.
Questa ampia filosofia ha permesso di realizzare il progetto, appena presentato, dedicato alle innumerevoli sfaccettature della cultura indiana. Il programma terminerà nel gennaio 2018 e comprenderà una mostra, musica, danza, cinema, yoga e ayurvedica, poesia e conferenze. Queste molteplici arti saranno presenti ai massimi livelli, il cinema a cura di Marco Muller, per anni direttore artistico del Festival di Venezia, la danza interpretata da Shantala Shivalingappa, ballerina indiana con vasta esperienza di collaborazione con Pina Baush; per la musica ci sarà il grande interprete del sitar Nishat Khan, che fa nascere dal suono di questo strumento l’armonia dell’anima.
Il tema della mostra è la fascinazione dell’India sulle espressioni artistiche occidentali dal 1808 al 2017, narrata attraverso 400 opere, tra cui sculture e installazioni, dipinti e disegni, fotografie e libri, poster e video. Tra i primi intellettuali e artisti occidentali a appassionarsi all’india, forse in concomitanza con l’espansionismo britannico, furono i vedutisti inglesi tra Sette e Ottocento. Seguirono, a metà Ottocento, i grandi pittori orientalisti e, con la nascita della fotografia, fotografi e scrittori come Emilio Salgari vi trassero ispirazione per i loro avventurosi romanzi. La mostra, curata da Elio Schenini, offre tutti questi passaggi, ispirazioni ed emozioni e, a seconda del proprio vissuto, anche di più.

Testo e foto Giovanna Dal Magro

www.india.laclugano.ch

Legati da una Cintola

L’Assunta di Bernardino Daddi e l’identità di una città

Prato, antica città a pochi km da Firenze, è conosciuta internazionalmente come una delle capitali tessili europee. A Prato leggenda, storia, cultura, fede e commercio hanno tramandato il racconto tratto da un testo apocrifo del V-VI secolo della Cintola della Vergine Maria, ora custodita quale reliquia nella Cappella del Duomo della città.  Secondo tale scritto la Madonna consegnò a san Tommaso la sua cintola prima di essere assunta in cielo e nel 1141 un mercante pratese, di nome Michele, la recuperò e la portò a Prato. Tale mistica narrazione nel Due e Trecento diede spunto e ispirazione agli artisti pratesi per varie opere pittoriche.
L’Amministrazione e la città di Prato, con l’orgoglio e la consapevolezza dell’unicità di una tematica così speciale e preziosa, hanno dato vita ad una splendida mostra dal titolo “Legati da una Cintola”, che coincide con l’inaugurazione del restaurato Monte de’ Pegni, area del Pretorio destinata ad esposizioni temporanee dove si conferma l’impegno per un Museo della Storia della Città. La rassegna rimarrà aperta fino al prossimo 14 gennaio 2018.
I curatori, Andrea De Marchi e Cristina Gnomi Mavarelli, hanno suddiviso in 7 sezioni i preziosi contenuti , che sono: Da Cabestany a Prato: genesi di un tema (1160-1337), La pala pratese di Bernardo Daddi restituita (Firenze 1290-1348), Bernardo Daddi narratore (1290-1348), La Sacra Cintola e le cinte profane (Pisa 1258-1284), L’Assunta e la Cintola: varianti nel Trecento toscano 1373-1452, L’Assunta e la Cintola: la tradizione seguente (1406-1469), Il culto e l’ostensione della Sacra Cintola a Prato e in Toscana (1604-1661).
La Cappella che custodisce gli 87 centimetri di broccato con cui venne cinto il ventre di Maria ha una cancellata di ferro battuto di Maso di Bartolomeo, risalente al 1442, e che ne impedisce normalmente l’accesso.

www.palazzopretorio.prato.it

La Città Proibita a Monte Carlo

La vita alla corte degli imperatori
e delle imperatrici della Cina

Affacciato sul mare, il Grimaldi Forum Monaco è un importante centro congressi internazionale di 4.000 metri quadri e tutti gli anni, nel periodo estivo, programma una mostra tematica di grande valenza artistica e culturale, sempre supportata dagli specialisti scientifici più qualificati. L’estate del 2017, dal 14 luglio al 10 settembre, sarà dedicata all’ultima dinastia imperiale cinese, la dinastia Qing (1644-1911), per la celebrazione della sua magnificenza e grandiosità. “La Città Proibita a Monaco. La Vita alla corte degli imperatori e delle imperatrici della Cina”, è il risultato della collaborazione tra i curatori Jean-Paul Desroches e Wang Yuegong e presenta una selezione di oltre 250 oggetti straordinariamente preziosi, provenienti dall’antico palazzo degli imperatori cinesi, insieme ad altri prestati da varie collezioni come il Musée Cernuschi e Musée du Louvre di Parigi, V&A – Victoria and Albert Museum di Londra, Musée Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles e Sachkler Gallery di Washington.

Il percorso della mostra è stato concepito come se si visitasse il Palazzo della Città Proibita e, sala dopo sala, si arrivasse ai giardini entrando nella segreta intimità della corte e svelando suggestioni e segreti. La mostra inizia dalla storia dell’Esercito dei Manciù e delle Otto Bandiere che, dal 1620, conquistarono parte della Cina. Prosegue poi con Cielo-Terra-Uomini, ruotando attorno alle figure degli Imperatori, mentre altre due sale sono dedicate al Cielo, quindi appare la Città Proibita, “Città Palazzo” con la sala del Trono e la sala degli imperatori e delle imperatrici, insieme alle arti che si sviluppavano nelle stanze, infine la parte dedicata al Tempio con evocazioni della religiosità. Uscendo si accederà al giardino, ultima sezione della mostra, che comprenderà anche il giardino intimo dell’imperatrice Cixi, con una serie di fotografie scattate dal nipote nel 1904.

www.grimaldiforum.com